le Passant Ordinaire

Sgobbo

Giosuè Calaciura

Arrivano al tramonto che segna l'inizio dello sgobbo alla Marina, trasportati dalla nostalgia della loro musica, uno suona il violino mentre il cieco l'accompagna con la fisarmonica seguendolo a orecchio lungo la passerella scomposta e disagevole del ficcaficca, aggirando i fossi colmi degli acquazzoni, i massi come un sedile per posizioni d'amore, i cani ringhiosi che abbaiano ai margini, avvertendosi l'un l'altro dei tranelli del terreno accennando una stecca, accelerando nel ritmo, ripetendo la strofa fuori spartito e quando non riescono a capirsi nel buio necessario degli infrattati si gettano una voce vera di pericolo come una nota. E ci seguono su e giù nei nostri passeggiamenti dello sgobbo, come un valzer su e giù accompagnandoci sin dentro il finestrino dell'automobile a dettare il tempo della contrattazione, poi ci scortano col tango sino alle siepi dei servizi in piedi tenendosi a dieci passi di pudore, lasciando ai clienti l'intimità concentrata sulla misura della propria minchia e nello stesso tempo la romanticheria di questa ficcata sul tema del Padrino. Chi non gradisce li scaccia con una vastaseria e quelli si allontanano continuando a suonare senza un cedimento, senza un rancore, mettendo via via la sordina della lontananza. Ma anche quelli che non gradiscono a fine pompino lasciano la mancia della soddisfazione al cieco, afferra la generosità con una mano che gode di vista propria continuando a suonare con l'altra una nota sola cieca, nel respiro della fisarmonica. Suonano le musiche primordiali degli americani alleati che con la libertà hanno lasciato sulle spiagge spartiti di fox-trot e buchi-buchi, tale è la loro vecchiaia musicale, e i più giovani preferiscono il silenzio perché vogliono sentire la rassicurazione del proprio respiro, ma sanno arrangiare per il pubblico in attesa dello sgobbo alla Marina l'intrattenimento dei conquistatori da caserma dell'orchestra di Miller che ci solletica passi di ballo a perdere perché interrompiamo subito per ragioni di servizio e su quel ritmo il tempo si consuma più presto. E' diventato economico misurare lo sgobbo con la cadenza degli strumenti, un brano una scopata, precisa e senza altri margini, boccafica ventimila, e abbiamo misurato la durata di ogni esibizione e appatta con i nostri desideri di rapidità, suonano le canzoni del Festival, suonano Volare mentre mi chiava come a liberarsi di un peso, di una nostalgia, suonano valzer del Danubio e mazurke di leggerezza, suonano struggimenti lirici dell'Opera a concludere la giornata e chiudono cantando a mezzanotte va la ronda del piacere, raccolgono gli ultimi spiccioli e sotto braccio per non perdersi s'accompagnano sino ai silenzi dei vicoli e in altre strade senza musica.

Al duo claudicante si sono uniti i virtuosi di altre economie della Marina, le gastronomie spicce delle anticamere delle attese, le semenze ruminanti dei perditempo, i divertimenti di ripiego e tutto il mercato senza leggi che approfitta della nostra fica per arrotondare dal momento che la giornata si è consumata nella solita penuria delle ricreazioni scolastiche che fanno venire il mal di cuore perché quando nei corridoi suona il cicalino di liberi tutti, dentro ogni mercante appostato ai cancelli è come se si agitassero le campane della Pasqua, ma è una speranza malriposta. Arrotonda lo sfincionaro che agita l'oscenità della lingua per offenderci e invece è un conforto, e con il marcio della carie ci raggiunge il rigurgito di cipolla maldigerita del suo condimento, arrotonda l'ambulante delle frittole che mai ha parlato né ha fatto un gesto ma ha ritagliato una fetta di passerella personale occupandola per sempre con i cartoni delle proprietà private concesse con la Creazione, come gli Imperi, arrotonda il panellaro con i suoi oceani d'olio bollente a flagellarsi le dita quando le mostra ai clienti che hanno già trovato soddisfazione dietro le siepi e chiedono un tonico caldo di frittura con la spacconaggine della frottola di avermela ficcata tre volte allo stesso prezzo di un pompino scontato, e annuisco per farlo contento, sì, tre volte me l'ha ficcata, spaccandomi come fanno solo i campioni affamati, come gli orchi della notte, i kingkong di borgata con misure lunghe di braccia, dagli una bella focaccia grande di ristoro, arrotonda il venditore della liquirizia e della cannella e si affanna come nei tumulti dei giorni di festa a spintoni, a soverchiare tutti gli odori e i profumi, a ripulire l'aria dai grassi, a ricondizionare di paradiso il tanfo della Marina, e persino la fica a fine sgobbo esala bagliori di caramella e il seno mi profuma dei suoi bomboloni che ancora di più precipitano i clienti nel languore, e mentre riempiono il preservativo tentano di spogliarmi della carta come una confezione e affondano la lingua come nella crema. Arrotonda il chiosco mobile delle bibite fresche per quelli che cullano romanticherie e mi danno del lei offrendomi una limonata perché disinfetta l'apparato digerente e sorseggiano un chinotto guardandomi fisso negli occhi, a circuirmi, a sedurmi e mi pagano a malincuore l'anticipo perché si spezza l'illusione di una notte d'amore solo per i suoi occhi. Sono arrivate le macchine della fiera che a fiuto hanno avvertito nella nostra passerella notturna un margine di guadagno senza controllo. Hanno montato i marchingegni della magia elettrica che illumina la notte col rumore dei generatori delle barche sonnambule e lo schiocco di treno dell'autoscontro, impastano zucchero filante che impiccica le mani degli avventori e ce le sentiamo sui fianchi come impronte digitali a macchiare quando abbandonano per stanchezza la dolcezza del palato e vogliono bagnare la minchia nel ristoro della nostra sorgente e ci vuole tutta la forza dei lavaggi di camerata per cancellarne le tracce. C'è il tiro a segno dei fucili ad aria compressa, il punch-ball che dice chi è un uomo vero e chi è una femminuccia secondo la rabbia del pugno, e chi vince scopata pagata, c'è la ruota lenta per gli innamorati di scuola che si staccano da terra e dai nascondigli del ficcaficca li vediamo in alto, negli aloni di luce della fiera. Si toccano con una mano sotto il cappotto mentre con l'altra s'indicano a vicenda i traghetti in partenza, i fari lontani dei promontori, i segnali colorati delle navigazioni, e più in alto si alzano e più lontano fanno a gara a immaginare le figure dipinte dalle ombre di nuvole sul mare, e ammirano tutto il panorama aereo irraggiungibile da questa prospettiva di inginocchiamenti, dalla loro altezza riconoscono la geografia sospesa della città e con meraviglia scoprono le strade conosciute sin dall'infanzia, guarda, guarda casa mia, come se la vedessero per la prima volta, guarda la fermata dell'autobus del nostro primo incontro, guarda il castello sulla collina che ha perso la pesantezza d'incombenza plumbea quando scandisce la crudeltà delle sette del mattino, guarda gli incendi a specchiarsi sulle discese lontane dei boschi ed è possibile contare gli alberi uno per uno mentre prendono fuoco. Ed è bellissimo si confidano, mentre la ruota oscilla alla brezza di terra e continua il suo giro sino a riportarli in basso nell'afa chiassosa della folla, dove ad attenderli le stesse pietre che si sono adeguate smussandosi per amore a tutte le forme della loro età, sin dai giochi d'ammucciarella, quando si facevano accoglienti come tane e partecipavano ai brividi di piacere e paura prima d'essere scoperti, sin dagli annunci di crudeltà precoce lasciando emergere i vermi del sottosuolo per la meraviglia della tortura inesperta di mani piccole di gioco, si ammorbidivano facendosi materasso sotto la schiena dei rotolamenti dei primi amori, rendendosi silenziose e atone sotto i passi delle fughe adolescenti perché nessuno scoprisse i sentieri dell'amore segreto, si facevano concave come coppe per accogliere le prime lacrime che aprivano allo spavento della delusione. Ed è bellissimo ascoltarli ripulendo le loro voci dal gracchiare metallico della fiera e dall'ansito d'asma dello sconosciuto che mi precipita addosso mentre viene alla pecorina.